Quello che ha caputo tutto
News pubblicata il 23 febbraio 2026 • Testo di Redazione Oref
Tra le cose che abbiamo criticato spesso nel Movimento dei Focolari c’è il modo di vedere il mondo diviso in due: buoni e cattivi, “noi” e “loro”.
Uscire dal Movimento e criticare quel manicheismo richiede un esercizio attivo: imparare a riconoscerlo quando riappare anche tra noi ex. Per non sostituire la vecchia contrapposizione con un’altra (focolarini contro ex) dobbiamo ammettere che esistono modi problematici, talvolta eticamente discutibili, di vivere dopo l’uscita. Serve onestà intellettuale: uscire non ci rende automaticamente persone più lucide né più giuste.
Tra chi è uscito dal Focolare esistono percorsi molto diversi. Alcuni fanno un lavoro serio di rilettura critica della propria esperienza, altri si fermano a metà. E poi ci sono i troll: persone che trasformano l’uscita in una posa polemica e usano lo spazio pubblico per provocare e svilire. È su questo fenomeno che vogliamo soffermarci.
Vale allora la pena chiarire i termini: su Internet si chiama “troll” chi entra nelle discussioni non per capire o confrontarsi, ma per provocare e ridicolizzare. Invece di cercare il dialogo cerca una reazione. Di solito si riconosce facilmente: tono altezzoso, senso di superiorità, racconti usati per umiliare gli altri.
Uno di questi ci scrive da anni dandoci degli imbecilli. Racconta che, dopo essersi avvicinato al Focolare, “tre giorni [gli] furono sufficienti per capire che [lo] stavano fottendo”. E poi chiosa: “Potevate avere un po’ più gli occhi aperti per capire che vi stavano fregando”.
Il punto è che si tratta della stessa semplificazione che critichiamo al Movimento. Dentro ti dicono che chi esce non ha capito. Fuori trovi chi rovescia la frase: chi è rimasto non ha capito. Cambia la direzione ma non cambia la povertà del ragionamento.
Come si risponde a individui del genere? Online circola una regola molto semplice: don’t feed the troll. Non dare ai troll quello che cercano. Non perché manchino le risposte, ma perché il troll vive di attenzione. Più gli rispondi, più ottiene quello che vuole.
Per questo non abbiamo perso tempo a rispondere in privato. Preferiamo pubblicare qui la nostra risposta, così può essere utile anche ad altri e altre.
Se davvero hai avuto la folgorazione in tre giorni, mentre altri hanno impiegato anni a raccogliere i cocci, allora bisogna riconoscerlo: sei uno di quelli dotati. Una mente rapida, una lucidità precoce, una capacità quasi prodigiosa di smascherare illusioni. Non capita spesso. È il tipo di brillantezza che, se ben usata, può perfino risultare utile al prossimo.
Ed è proprio qui che dispiace vederti così maldestro. Chi si sente così sveglio dovrebbe avere anche un minimo di eleganza. Invece sembri usare questo tuo presunto vantaggio come un ragazzino che ha scoperto un trucco e non vede l’ora di vantarsene davanti a chi ci è cascato. Un po’ povero, francamente. Soprattutto per uno che ama presentarsi come lucido e disincantato.
Sai bene — o dovresti saperlo, vista la tua superiorità auto-certificata — che le persone non restano incastrate per stupidità. Ci restano per bisogno, per fiducia, per ferite che tu liquidi con una scrollata di spalle. E poi arrivi tu, dall’alto della tua presunta chiaroveggenza, a distribuire pacche sulle spalle e frecciatine, come se la profondità umana fosse una gara di prontezza mentale.
Se davvero sei così libero come dici, dovresti aver imparato almeno una cosa: che l’intelligenza non si misura da quanto presto scappi, ma da come guardi chi è rimasto più a lungo. L’acutezza che si compiace diventa vanità. Quella che si fa sberleffo diventa caricatura.
Il punto, alla fine, è molto semplice. Ti racconti come uno che ha visto prima, capito prima, smascherato prima. Può darsi. Ma da come parli sembra che l’unico risultato concreto di tanta chiaroveggenza sia questo tono compiaciuto, un po’ meschino, da reduce che invece di aiutare chi arranca preferisce spiegare quanto fosse facile uscirne. Se questo è l’esito della tua lucidità, non è esattamente un grande manifesto. È solo una piccola rivincita personale travestita da lezione agli altri.
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