Testimonianze

La mia esperienza nel Movimento dei Focolari

LUCIE ZANIER

Cercherò di descrivere la mia esperienza nel Movimento con lo sguardo di oggi. Ho lasciato il Focolare nel 2007 e da allora vivo di nuovo una vita normale, con le piccole gioie e anche i dolori che danno colore alla mia vita quotidiana. Guardo al mio passato con occhi diversi; ho come l’impressione di aver vissuto tutti questi anni (nel Focolare) in coma e che grazie a un avvenimento ho cominciato a riprendere coscienza reale della mia vita.

Durante gli anni che ho trascorso nel Focolare non ero più me stessa; con il passare del tempo i superiori nella gerarchia sono riusciti ad annientare la mia vera personalità, ma non a farla morire completamente – così la mia vita e il mio vero Io si sono salvati. A volte mi rimprovero di essermi lasciata intrappolare all’interno di questo Movimento, in quanto ho abbandonato molti dei miei progetti, ma è stata un’esperienza che fa parte della mia vita. Grazie alla mia forte personalità e al mio spirito critico, ho saputo venirne fuori al momento giusto e ritrovare il mio vero Io, ciò che sono di nuovo adesso.

Occorre sapere che il Movimento dei Focolari e la vita all’interno del Focolare sono presentati all’esterno come una forma di vita basata sull’insegnamento di Gesù, ma in chiave moderna: viviamo in delle case, lavoriamo, facciamo sport, politica, attività ricreative, ecc. Insomma, ci confondiamo nella massa.

È proprio questa idea che mi ha attirato, ma una volta intrappolati nelle maglie della rete è più difficile liberarsi. Anche se per nove anni sono stata immersa in una vita comunitaria all’interno di un Focolare, il fatto di esercitare la mia professione mi lasciava una porta aperta verso l’esterno, restavo in contatto con il mondo di oggi. In questo modo ho mantenuto aperto il mio spirito critico, nonostante le limitazioni, poiché eravamo tenute a evangelizzare il nostro ambiente di lavoro con il nostro modo di fare e di vivere.

Sono entrata nel Movimento all’età di 22 anni in occasione della GMG in Polonia (1991), alla quale ero stata invitata insieme a molti altri giovani. Poiché avevo da sempre una fede salda – andavo regolarmente a messa, ma anche le mie azioni quotidiane con le persone che mi circondavano erano «guidate» da questa fede che sorgeva dal mio cuore e dalla mia coscienza – mi sentivo davvero a mio agio in mezzo a tutti questi giovani.

In più avevo trovato delle persone con le quali potevo discutere e condividere la mia fede. Ovviamente dopo questo viaggio desideravo rimanere in contatto con loro e la ciliegina sulla torta era il fatto di poter continuare a coltivare liberamente le mie amicizie e i miei interessi: partecipavo ad attività teatrali, uscivo in discoteca con le amiche, viaggiavo, avevo il lavoro dei miei sogni. Parlo di questo perché durante il nostro viaggio, dei giovani del Movimento ci raccontavano le loro esperienze di vita, parlandoci dei loro atti eroici nel rinunciare a ogni sorta di cose per seguire Gesù e costruire un mondo unito.

Quindi per me il sentirmi dire dalle persone responsabili (le focolarine) che non dovevo rinunciare a niente per aderire al loro Movimento era davvero il massimo.

Ma siccome avevo una fede salda – e le focolarine l’avevano capito molto in fretta – sono riuscite poco a poco a conoscermi bene allo scopo di «catturarmi» per la loro causa. Mi spiego: ero ansiosa di poter condividere di più sulla vita di Gesù e quindi loro mi invitavano a degli incontri di approfondimento.

Nello stesso tempo, mi piaceva l’azione, la vita, e quindi partecipavo a delle azioni con i giovani per trovare soldi da destinare alla gente in difficoltà, ecc. Sono una persona generosa, e poiché guadagnavo bene, donavo volentieri i miei soldi per una buona causa. Ho inoltre un carattere molto aperto, dico quello che penso, parlo delle mie convinzioni, dei miei sentimenti, tendo subito a fidarmi della bontà altrui – insomma, all’epoca ero molto ingenua per quanto riguarda le relazioni umane, soprattutto perché ritenevo che le persone del Movimento fossero dalla mia parte...

Tutti elementi che le focolarine hanno sfruttato per cucinarmi a fuoco lento. Nel giro di due anni, ci sono riuscite: di mia spontanea volontà ho abbandonato la famiglia, il lavoro, gli svaghi, le amiche, la patria, per dedicarmi interamente al Movimento.

Dopo altri due anni, credendo di aver sentito la vocazione a diventare io stessa una focolarina, mi sono recata in Italia, vicino Firenze, in un centro di formazione internazionale per futuri focolarini (1996).

Avevo 27 anni.

Ho abbandonato il Focolare a 38 anni; non avevo ancora preso i voti perpetui di povertà, castità e obbedienza – lo si faceva solo se la responsabile gerarchica del Movimento era sicura che avevamo la maturità per farlo (non prima di aver trascorso otto anni di vita comune da focolarina all’interno di un Focolare).

Nonostante il mio lato ingenuo, avevo uno spirito piuttosto critico e avevo notato varie cose che mi sembravano «strane». Ecco qualche esempio: durante i grandi raduni internazionali in un centro di formazione (noto come Centro Mariapoli) a Castel Gandolfo, potevamo scrivere delle lettere alla fondatrice Chiara Lubich. Avevo sigillato la mia lettera in una busta senza mostrarla alla mia superiora, che invece avrebbe voluto leggerla. Lì per lì trovavo che la cosa non fosse molto corretta, perché si trattava di una corrispondenza personale, ma poiché non avevo niente da nascondere, da quel momento ho sempre mostrato le lettere che scrivevo – la superiora spiegava che condividere la corrispondenza era un modo per vivere «più in unità» e che permetteva di «far crescere Gesù in mezzo a noi».

In un’altra occasione ho dovuto riscrivere alcune frasi – anche se così riformulate non riflettevano più il mio stato d’animo – perché in questo modo Chiara avrebbe potuto capire meglio ciò che volevo esprimere.

Si trattava di un modo per verificare se il loro indottrinamento stava funzionando e se stavano riuscendo a plasmarci con il loro stampo. Stessa cosa per quanto riguarda la corrispondenza che ricevevamo da parte di familiari o amici. Bisognava rivelare tutto.

La mia superiora non si faceva alcuno scrupolo di fare dei commenti. Ecco qualche esempio: mi trovavo presso il centro di formazione internazionale (un periodo di due anni durante il quale, salvo in caso di forza maggiore, non ci era permesso di tornare a fare visita alle nostre famiglie) e intrattenevo una fitta corrispondenza epistolare con mia madre.

Doveva farsi operare agli occhi (cataratta) e, siccome ero infermiera, mi descriveva i suoi disturbi visivi. La mia superiora, a cui avevo mostrato la lettera, ha concluso che mia madre era affetta da turbe psichiche.

In un’altra occasione mia madre mi aveva confidato per telefono che era preoccupata per mio fratello; la mia superiora trovava che mia madre stesse esagerando e diceva che non bisognava tenere il telefono occupato tanto a lungo, perché altrimenti avremmo rischiato di perdere telefonate importanti.

Un’amica mi aveva chiesto un consiglio, perché intendeva chiedere il divorzio a suo marito, che la tradiva. La mia superiora mi suggeriva di farle capire che separarsi dal marito era commettere un peccato; ovviamente alla mia amica non ho mai detto niente del genere. L’ho semplicemente ascoltata, rispettando la sua scelta.

In questo contesto, cito anche qualche esempio di come ci obbligavano a influenzare il pensiero e la scelta nelle nostre missioni di apostolato: mi avevano affidato un gruppo di bambini di età compresa tra i nove e i dodici anni.

Nel corso di un incontro organizzato, una bambina, anziché prendervi parte, aveva scelto di andare a nuotare con la sua migliore amica; io l’ho lasciata libera di scegliere, ma la mia superiora mi ha rimproverato. Secondo lei, dovevo farle capire che non aveva fatto «piacere a Gesù» rinunciando a venire all’incontro.

Varie volte, di ritorno dagli incontri con i bambini, la mia superiora mi chiedeva se c’erano nuove bambine. Perché non avevano invitato le loro amichette? Rispondevo di no, e allora lei mi faceva capire che non stavo facendo bene il mio lavoro di evangelizzazione.

Una ragazza in procinto di terminare gli studi e che stava insieme a un ragazzo mi ha confidato che intendeva sposarsi con lui. I miei superiori non vedevano quest’unione di buon occhio, in quanto, secondo loro, il progetto di Dio per lei non era quello di sposarsi, ma di diventare una focolarina. Non mi è mai piaciuto dire agli altri cosa devono o non devono fare, e quindi non ho mai adottato questo metodo.

Io stessa volevo rimanere completamente libera di fare le mie scelte, ed è per questo che rispettavo sempre le scelte degli altri, senza giudicarle. A quanto pare, agli occhi dei miei superiori non valevo granché come evangelizzatrice, in quanto non reclutavo mai nuovi adepti.

Questi atteggiamenti mi hanno sempre dato fastidio, ma ero pronta a perdonarli dicendomi che in fondo anche loro erano esseri umani e che potevano sbagliare. Ma le mie superiore erano molto meno comprensive nei miei confronti: dovevo ancora maturare... quindi certe riflessioni me le tenevo per me...

Nel Focolare dovevamo fare mezz’ora di meditazione tutti i giorni. Non potevamo scegliere su cosa meditare: si trattava sempre di scritti della fondatrice o di registrazioni (audio o video, CD).

Una volta alla settimana ci riunivamo per condividere esperienze e stati d’animo. All’inizio non avevo problemi a raccontare ciò che capivo e ciò che provavo: dicevo liberamente quello che pensavo. Ma con il passare dei mesi e degli anni la superiora ti «corregge» il linguaggio; inizialmente in modo leggero, dicendo: «Si sente che fai parte del Focolare ancora da poco tempo, perché hai un linguaggio mondano». Dopo un po’ di tempo, il tono cambia: «Bada a quel che dici, che è quasi un’eresia!»

Così adottavamo un gergo tipico e durante i momenti di condivisione – la cosiddetta comunione d’anima – cercavamo di utilizzare le parole che la nostra superiora voleva sentire…

Ero ancora a Lussemburgo quando, in uno slancio di generosità, ho donato una parte dei miei vestiti. Non erano vestiti firmati, ma erano ancora buoni. Avevo precisato che intendevo donarli ai bisognosi: mi ha sorpreso, ma soprattutto mi è dispiaciuto, ritrovarli nella soffitta di un Focolare, in una scatola che serviva a mascherarsi – in seguito mi hanno spiegato che tutto quello che si donava doveva essere in perfette condizioni, perché è come se lo si donasse a Gesù, e a Lui non si donano cose di «basso livello»…

Un giorno, in uno slancio di grande generosità, ho ritirato tutti i soldi che avevo sul conto corrente – ed era una bella somma – e li ho donati al responsabile del Movimento. Non ho mai saputo che destinazione abbiano dato a quei soldi; mi limito a constatare che nei vari Focolari sparsi in tutto il mondo non manca mai nulla, sono anzi sistemati in modo confortevole, pur senza essere lussuosi. Se si doveva accogliere una persona benestante, infatti, bisognava che si sentisse a suo agio, perché fosse poi più facile conquistarla e costruire sempre di più «un mondo unito».

Durante gli anni in cui ho fatto parte della comunità, ho sempre donato tutto il mio stipendio, dovevo rendere conto di ogni centesimo che spendevo e anche come lo spendevo. Ma in cambio non sapevo mai nulla di come venissero spesi i soldi che versavo. «Viviamo in comunione dei beni», era la risposta alla mia domanda.

In una comunità di quattro o cinque persone eravamo in tre o quattro a versare uno stipendio alla comunità: non potevo scegliere come vestirmi, come pettinarmi, cosa leggere – tutto era imposto dalla superiora della gerarchia; mi facevano credere che ero io a scegliere, ma mi accompagnavano nei negozi e nei reparti che volevano loro. Se per disgrazia sceglievi qualcosa che ti piaceva davvero, loro trovavano il modo di farti capire che era una cattiva scelta: «Questo non rispecchia l’unità tra di noi, non ti vesti come avrebbe fatto Maria (la madre di Gesù) al tuo posto…»

A forza di sentire sempre la solita solfa, si finisce ben presto per adottare un’idea. Se non ti adatti subito e vuoi imporre la tua scelta, vieni rimproverata e umiliata: «Sei tenuta a obbedire perché hai fatto voto d’obbedienza; non hai ancora capito il senso della vita con Gesù in mezzo, non hai ancora la maturità per poter giudicare da sola cosa è bene e cosa non lo è.»

Nella nostra comunità (il Focolare) facevamo regolarmente «l’ora della verità»: è in quei momenti che ci dicevano ciò che avevamo fatto di bene o di male, ed è così che eravamo plasmate per entrare nello stampo...

Per tornare ai soldi: mi occupavo dell’evangelizzazione delle bambine e dovevo organizzare un viaggio a Roma con loro. La mia superiora mi ha rimproverato dicendomi che avevo sbagliato i calcoli: avrei dovuto far pagare un sovrapprezzo a ogni bambina per coprire le mie spese di viaggio. Ma come? Io stessa lavoravo e versavo ogni mese un buono stipendio alla comunità; per me era un furto. Ovviamente questa riflessione l’ho tenuta per me…

Ad ogni compleanno, i miei genitori mi regalavano dei soldi per comprarmi ciò di cui avevo bisogno: ero tenuta a versarli al Focolare.

Una sera tardi, la superiora è entrata in camera mia chiedendomi di farle subito un assegno per l’ammontare del mio stipendio: avevo superato di due giorni la data prevista per effettuare il versamento... Ho avuto l’impudenza di chiedere se non potevo tenere un po’ di soldi sul mio conto e prendere una carta bancaria per ritirare qualche somma in caso di bisogno. Che razza di idea mondana!

Quando è arrivato Internet, non ci era permesso di utilizzarlo. Non si sa mai cosa si trova. Stessa cosa per i cellulari. Per me che avevo dei contatti esterni – esercitavo infatti la mia professione – ciò creava una differenza tra me e i miei colleghi di lavoro. «Certo che quella ha delle strane idee!», pensavano loro.

Grazie al mio spirito aperto e alla mia giovialità, ho sempre saputo mantenere un buon rapporto con i colleghi di lavoro, ma poiché non riuscivo a conquistarli o a farli partecipare alle nostre attività, per quelli che abitavano con me queste relazioni erano del tutto prive di interesse, era tutto tempo perso...

Ho dovuto quasi supplicare per poter partecipare a due serate al ristorante con i miei colleghi. Al momento di lasciare il mio posto di lavoro (i miei superiori mi avevano trasferita in un altro Focolare e quindi ho dovuto licenziarmi), i miei colleghi una sera avevano organizzato una festicciola nella mensa dei dipendenti. Sono rientrata alle una di notte e la mia superiora era furibonda… Come osavo farle una cosa simile? Non ho mai capito il perché di tanta collera. A quanto pare era in pensiero per me... Oggi dico che non si fidava affatto di me e che era invidiosa, perché sapeva benissimo dov’ero e con chi.

Vivendo in queste condizioni per anni e anni, anche le mie amiche più intime si allontanavano sempre di più da me, perché non ero più la stessa. Idem per quanto riguarda la mia famiglia. Mia madre era l’unica che appoggiava la mia scelta, mentre mio fratello e mia sorella non perdevano mai l’occasione di lanciarmi qualche frecciata velenosa durante le rare visite in famiglia. Mi era concesso di far visita alla mia famiglia solo se non avevo altri obblighi nel Focolare.

Quando vivevo in Belgio (la mia famiglia è in Lussemburgo), già la distanza metteva un freno alle mie visite in famiglia: una volta all’anno a Natale. Ma anche quando mi hanno trasferita al Focolare del Lussemburgo continuavo ad andare a trovarli solo raramente. Avrei potuto vederli più spesso se anche loro fossero stati membri del Movimento. Allora avrei potuto vederli in occasione degli incontri del Movimento…

Quando andavamo tutte a trovare una mamma che faceva parte del Movimento potevamo chiamarla «mammina», perché era un po’ come la nostra madre. Se per caso tutto il Focolare si recava in visita da mia madre, le facevano credere che aveva acquisito altre figlie rinunciando alla sua vera figlia che aveva scelto di entrare nel Focolare.

È una teoria che non mi ha mai convinta, ma che di certo lusinga i cuori delle madri le cui figlie sono lontane...

Tutte le sere dovevamo compilare una scheda: bisognava mettere delle crocette su delle caselle se avevamo fatto le preghiere del mattino e della sera, se avevamo recitato il rosario, se avevamo fatto la meditazione, se eravamo andate a messa, se ci eravamo lavate, a che ora ci eravamo coricate e alzate, se avevamo assunto farmaci e quali. Se il nostro apostolato aveva dato frutto, scrivevamo gli indirizzi delle persone e i loro numeri di telefono per poter successivamente compilare la scheda, in cui dovevamo anche dire se avevamo speso dei soldi e per cosa, e chi avevamo come corrispondenti.

Questa scheda dovevamo consegnarla alla nostra superiora. Se c’erano degli spazi vuoti, dovevamo aspettarci un bel rimprovero e una riflessione del tipo: «Sei ben lungi dall’essere una focolarina modello. Come pretendi di conquistare altre anime per far sì che il mondo sia sempre più unito?»

Ho sempre creduto di avere una vocazione; ero convinta che Dio mi avesse chiamata per diventare focolarina. Ancora oggi sono sicura di avere una vocazione, perché non ho perso la fede; solo che oggi guardo ad essa in modo completamente diverso. Tornerò in seguito su questo punto.

Quindi facevo di tutto per rientrare in quello stampo al quale le mie superiore volevano che mi adattassi. Mi sono impegnata talmente a fondo da sfociare in una frenesia che nel giro di vari anni mi ha portato all’esaurimento.

Per le mie superiore si trattava della purificazione mandatami da Dio per farmi diventare una migliore focolarina; per me era l’ambiente che frequentavo ad avermi ridotto in quello stato. Sono stata inviata dal medico, al quale ho raccontato quello che i miei superiori mi avevano detto di raccontare: non bisognava assolutamente dire che vivevo in una comunità, perché il medico non avrebbe capito e mi avrebbe detto di lasciarla...

Il medico mi ha prescritto degli antidepressivi e un ritmo di vita più calmo, cosa non molto gradita nel Focolare in cui abitavo... Fortunatamente la mia superiora gerarchica – la responsabile del Movimento del Belgio e del Lussemburgo – capiva perfettamente ciò che stavo vivendo, ma non poteva fare granché, perché sottoposta al controllo del responsabile centrale del Movimento, con sede a Roma (dove abitava la fondatrice, all’epoca ancora viva, ma molto malata). Lei stessa si trovava in una situazione in cui doveva fare una scelta: quella di lasciare o meno il Movimento (allora non ero al corrente della sua situazione).

Ero indignata all’idea di assumere farmaci, in quanto la causa del mio malessere era esterna. Non aveva più niente a che vedere con una purificazione divina. Era il mio essere che lanciava un segnale d’allarme, perché c’erano delle cose che non andavano più bene. La mia psiche si rifiutava di farsi massacrare e divorare da esseri dalla mente contorta.

Ovviamente non ho espresso i miei pensieri, perché ero convinta che fosse solo il Focolare in cui vivevo che non funzionava bene e che forse negli altri Focolari le cose sarebbero andate in modo diverso.

La mia superiora gerarchica, quella che mi capiva e a cui confidavo alcuni dei miei pensieri, mi faceva capire che avevo ragione. Ma vedevo che anche lei aveva le sue preoccupazioni, e non volevo darle un ulteriore peso... quindi stavo zitta e prendevo i farmaci.

Ad ogni modo la cosa mi calmava, perché mi sentivo già meno tesa... Dopo vari mesi non era cambiato niente nell’ambiente che frequentavo, le ostilità persistevano. Per la mia superiora, l’esaurimento era solo una scusa che accampavo per non fare gli sforzi necessari per diventare una «migliore focolarina».

Poiché non sono il tipo che va a lamentarsi «più in alto», ho mantenuto a lungo il silenzio, fino al momento in cui ho sorpreso la mia superiora che si lamentava del mio comportamento con una persona al telefono.

Mi sono sentita tradita, peggio ancora, violentata nell’intimo, in quanto si trattava del mio stato d’animo. È stata l’unica volta che ho contattato la superiora gerarchica per chiederle consiglio. Due o tre mesi dopo, questa stessa superiora – responsabile del Movimento in Belgio e Lussemburgo – abbandonava il Movimento, come pure le altre tre focolarine che abitavano con lei.

In una lettera del febbraio 2007, spiega i motivi che l’hanno indotta a prendere questa decisione e denuncia anche degli abusi in seno al Movimento. Era un momento importante, per me addirittura decisivo, in quanto con questo gesto era come se si alzasse un velo sui dubbi che abitavano nel mio subconscio e che riguardavano gli intrallazzi del Movimento. Ovviamente non ci invitava a fare altrettanto, e io non l’ho mai interpretato in questo senso, ma la maggior parte delle focolarine l’hanno interpretato come un tradimento. Io lo vedevo piuttosto come un segno di Dio, un avvertimento: era giunto il momento di riflettere e di correggere un certo modo di fare, di cambiare rotta.

Ne ho parlato con le mie superiori e anche con la nuova responsabile del Movimento. È in quel momento che hanno cominciato a interrogarmi più a fondo, e vedendo che difendevo le mie opinioni e che non concepivo l’abbandono di queste focolarine come un tradimento, mi hanno tenuto sempre più in disparte e mi hanno reso la vita ancor più dura: anche malata con la febbre, dovevo alzarmi e fare le faccende domestiche, per andare dal medico si rifiutavano di darmi la macchina, non avevo più il permesso di andare a trovare i miei genitori, criticavano il modo in cui lavavo i piatti (secondo loro non lo facevo con amore)... e tante altre piccole cose che mostravano quanto fosse caduta in basso la nostra vita comunitaria.

Ho subito delle «ore della verità» angosciose, in cui l’odio delle mie coinquiline era palpabile – tutto ciò perché vedevo nell’abbandono di queste focolarine un segno di Dio.

La decisione di abbandonare il Focolare l’ho presa dopo che la mia nuova superiora gerarchica mi aveva ancora una volta rimproverato e mi aveva avvertito per l’ultima volta che dovevo cambiare atteggiamento.

Quella notte mi sono addormentata solo dopo aver avuto la certezza che nessuno aveva il diritto di violare in quel modo quanto avevo di più caro: la mia coscienza, dove risiedeva il mio vero Io. Ho sentito l’amore di Dio: Lui mi diceva che mi amava per come ero e che nessuno dall’esterno aveva il diritto di toccare questo tesoro.

È così che ho maturato la decisione e che ho abbandonato il Focolare.

Allora ho cominciato ad ascoltare di nuovo la voce della mia coscienza, senza più badare a quello che gli altri mi dicevano di fare. Avevo la certezza che la mia coscienza fosse abitata dall’amore di Dio, ero tornata a credere che Dio ci ha creati liberi, mentre il Movimento riduceva i suoi membri a delle marionette. Ed è stata la mia coscienza a guidarmi: pregavo di nuovo a modo mio quando ero sola la sera o in chiesa, ed è così che ho capito come fare per valutare la bontà della mia decisione.

Mi ero subito trovata un piccolo appartamento e avevo preso appuntamento con la nuova responsabile del Movimento per discutere delle mie azioni: lei mi ascoltava per educazione e non esprimeva mai chiaramente quello che pensava; forse non pensava niente, in quanto in casi come il mio il centro di Roma lascia che le persone partano sperando che non sollevino un gran polverone. Anche lei, in fondo, è solo una pedina manovrata come una marionetta.

Mi sono rivolta anche più in alto nella gerarchia: ho telefonato al centro di Roma per parlare alla responsabile di tutte le focolarine del mondo, con lo stesso risultato: mi ha ascoltato gentilmente, ma la mia esperienza personale non la interessava affatto. Secondo lei avevo perso la vocazione a essere focolarina.

Ho ben presto tratto le conclusioni: la chiamata di Dio che avevo sentito anni prima non corrispondeva più affatto con «l’essere focolarina». Queste due realtà sono distanti anni luce. La conclusione a cui ero giunta era un gran sollievo, e non solo: il mio cuore e la mia anima sono stati invasi da una grande pace.

Per un certo periodo ho continuato ad andare a messa la domenica e a nutrirmi spiritualmente con libri di meditazioni. Attualmente ho smesso di farlo. Ho raggiunto il limite, non ne potevo proprio più. Ho l’impressione di poter vivere ancora varie vite senza andare mai più a messa, senza il nutrimento spirituale e dell’eucaristia; con tutto quello che ho fatto seguendo i dettami della Chiesa cattolica, mi sono già guadagnata un posto in paradiso...

Gli scandali legati alla pedofilia e agli abusi sessuali negli ambienti ecclesiastici in questi ultimi anni mi hanno fatto riflettere a lungo sulla credibilità della Chiesa cattolica. Anche il Vaticano è invischiato nel riciclaggio di denaro, quindi ho deciso di volgere le spalle alla Chiesa cattolica. Mi è capitato di assistere a una messa di matrimonio e a un’altra di funerale in cui il sacerdote è riuscito a toccarmi l’anima e il cuore; la cosa mi rallegra, perché vedo che c’è ancora gente di Chiesa che sa mettere in relazione la parola di Gesù con la nostra vita terrena attuale. È su questo elemento che oggi riposa la mia fede: l’amore che Gesù ha mostrato e donato come esempio da seguire. I dogmi sulla Trinità e sulla verginità di Maria non mi interessano più. Sono solo motivo di dispute e non fanno che creare divisioni. Una perdita di tempo...

L’essenza della mia fede è rimasta immutata, ma la forma non ha più importanza. La chiamata di Dio a seguire l’insegnamento di Gesù era reale e abita ancora oggi nel mio cuore. Cerco di vivere la sua chiamata nel quotidiano con i miei cari e con i miei colleghi di lavoro, perfino durante le occasioni di svago (ho ripreso il teatro), in mezzo al traffico quando vado al lavoro. In cambio ricevo moltissimo: basta aprire gli occhi e il cuore per accoglierlo.1

1. Testimonianza scritta nell’aprile 2014.

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